Tutti i bambini hanno giocato almeno una volta nella loro misera vita con Tobia, il clown più felice d’Italia.
Non c’era festa che non lo vedesse protagonista.
Tobia era sempre eternamente felice, sempre sorridente, sempre con quegli occhi spalancati, sempre in quella posizione divertente con la ciabatta in mano.
Nella lontana terra di Germinario, c’era un principe con la faccia di cane e sua mamma, la regina Slovacca proprio non se ne faceva una ragione.
Come poteva un bel ragazzo come il suo figliolo avere quella brutta faccia di cane?
“Che fare?”, si domandava notte e giorno, lasciando al suo consorte tutto il resto delle faccende.
La regina in effetti era troppo occupata a chiedersi “che fare?”
Quando al compimento dei diciotto anni si scoprì che in realtà la faccia di cane era un adesivo facilmente staccabile con un po’ di sapone, fu subito festa, con palloncini, spumanti, donne vergini e non, carte, briscole e tanti tanti balli sfrenati, che durarono fino all’alba, quando un petardo ricordò a tutti che erano le sei e bisognava avviarsi sul luogo di lavoro.
Rodrigo e Calandra erano due giovani promessi sposi che si stavano per unire in matrimonio nella chiesetta di paese di New York City Boy.
Tutto era pronto, banchetto, sedie, tavoli, il banchetto, l’altare, la torta, trionfo di prosciutto in salsa di melone e salsa di prosciutto in profumo di cotone.
Tutto perfettamente pronto e apparecchiato come fosse un matrimonio splendido.
All’improvviso tre mucche, arrabbiate come tori, irruppero nella festa, infuriate poiché nessuno le aveva invitate.
Per riparare, i genitori degli sposi le fecero accomodare al tavolo delle zitelle, il solito tavolo buio e triste senza fiori e candele profumate. Tanto, dicevano, quelle chi le vede?
Renzo, il fotografo del matrimonio, volle immortalarle in una foto di gruppo, ma il flash fu talmente forte che morirono carbonizzate.
In sala si diffuse, così, un sublime profumo di barbeque.
Verona era una dama che viveva nella corte del duca Avellino da Sirmione nei pressi di Napoli.
La mamma di Verona, Genova, le aveva insegnato a cucire senza filo.
Come potesse accadere questo prodigio non è dato a sapersi.
Fatto sta che ogni vestito che confezionava con le sue mani era uno splendore ricco di magia.
Una sera Verona e Avellino da Sirmione furono invitati a Sirmione alla grande festa tenuta nella tenuta del conte Massa Carrara.
Preparò per sé un vestito lungo e per il duca un vestito lungo, dato che era inverno pieno e freddo freddo.
Così, Verona di Genova, da Napoli, partì con Avellino da Sirmione per Sirmione verso Massa Carrara.
Quella sera tutto era stupendo a parte il fulmine che colpì Verona facendola cadere rovinosamente su Avellino e provocando la tragedia che tutti noi possiamo immaginare.