venerdì 29 gennaio 2016

Starnutello il pupazzo di neve freddoloso


L’estate è la stagione più bella del mondo.
Dura tre mesi ma è come se durasse tre lunghi mesi da quanto è lunga e da quanto è mesi.
La stagione invece più brutta e demoniaca del mondo è l’inverno.
Per un solo motivo: fa freddo e viene il capodanno, una delle feste più tristi da quando sono state inventate le feste tristi di capodanno.
Quanto detto finora non c’entra niente con quanto detto dopo.
Era solo un modo per rompere il ghiaccio.
Un modo simpatico e divertente.
La fiaba comincia adesso.
Starnutello era un pupazzo di neve stagionale. Viveva solo d’inverno e per il resto della stagione si guadagnava da vivere nei campi come spaventapassero (uno solo, Franco, anni 22 ma passero da ben 18).
Starnutello aveva un problema: starnutiva di continuo perché soffriva il freddo.
Che sfortuna mortale: un pupazzo di neve che soffre il freddo.
Per combatterlo, metteva cappotti su cappotti su cappotti su cappotti su cappotti su cappotti su cappotti su cappotti.
Che modo ingenuo di combattere il freddo.
Per combattere il freddo ci vuole almeno una spada.
Ci credo che poi muori.


E qui trovi la fiaba animata!

venerdì 8 gennaio 2016

Tiziano Ferro

C’era una volta un bimbo calamitato.
Gli bastava entrare in cucina per attrarre verso di sè padelle, mestoli, mortai, cucine, forni, coltelli e, se opportunamente parcheggiate in cucina, automobili.
Tiziano, si chiamava, ma per questa specialità calamitosa tutti lo chiamavano Tiziano Ferro.
Quando girava per strada gli si appiccicavano addosso le monete dei mendicantes, i mendicanti spagnoli.
Andava in aeroporto e gli si attaccavano gli aerei in faccia.
Non poteva andare in stazione che i treni di ferro lo rincorrevano.
Preso dallo sconfort, parola inglese che sta per “disperazione”, decise così di fare una bella nuotata in mare, per combattere la tension, parola inglese che sta per “nervosetto”. Ma una imitazione in ferro battuto del Titanic emerse dal fondo delle acque e si scaraventò su Tiziano Ferro rendendolo protagonista di un film di successo, evento che come sappiamo porta inevitabilmente a una pioggia di flash, che fanno molto male se non hai un umbrella, termine inglese che sta per “fine”.

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Il buo

In fondo al mare, in aperta campagna, viveva un bue molto maschio.
Il suo sport preferito era guardare lo sport alla tele e guardare le lattine di birra, come i maschi veri.
Ma non solo: beveva alcol, si abbonava a Sky e nel tempo libero andava nei peep show a guardare il vetro.
Era talmente maschio che chiamarsi bue con la E finale gli dava molto fastidio.
I nomi maschili, infatti, lo sanno tutti, finiscono per O: OZONO, OTOTOTO, TORO, OCOCCO, YOKO, ONO.
Così decise, a marzo circa, di smetterla di chiamarsi Bue.
Prese il coraggio a quattro mani con le zampe, e da che era BUE iniziò a spacciarsi per BUO.
Ma si sa, lo spaccio è vietato, per cui la polizia lo scoprì gridandogli EHI!
E lui, con la morte nel cuore, non potè far altro che morire dopo aver lanciato un urlo maschio.
Che faceva pressappoco così: F


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Il Natale di Qwerty Tarantino

Anche quest’anno, cari bimbi al pascolo, Natale cade il 25 dicembre.
Tutte le tribù del mondo, gli inkia, i crauti, gli hipster dalla barba calva e persino i bambini aspettano che Babbo Natale scenda dal caminetto per portare i doni.
Qwerty Tarantino era un bimbo appassionato sia di tecnologia che di Babbo Natale.
Se disegnassimo un’infografica, Qwerty era interessato in egual modo sia a Babbo Natale al 30% sia alla tecnologia al 90%. Ma in egual modo.
Nonostante i metri di neve, Qwerty Tarantino una sera uscì di casa per andare a imbucare alle Poste un sms per Babbo Natale in cui gli chiedeva in dono una monorotaia ipertecnologica.
La voleva così: un solo vagone, a forma di palla, con tre buchi in alto tipo bowling, verde e con un cappello.
Qwerty tornò a casa carico di speranza e attese accanto al caminetto acceso Babbo Natale per giorni e giorni e giorni. E anche una notte.
Finchè Babbo Natale arrivò! Con renne e slitta e monorotaia si infilò nel caminetto, ma il fuoco era accceso per cui VIVA! TUTTI A FESTEGGIARE IL NATALE BABBO NATALE E RENNE E MONOROTAIA ALLA GRIGLIA!


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Il principe a cavallo a cavallo

C’era una volta un principe a cavallo che faceva tutto a cavallo.
La doccia a cavallo a cavallo, il gioco del tennis a cavallo a cavallo e, di notte, dopo i pacchi, andava a letto a cavallo, sul cavallo.
Un principe amava davvero i cavalli. E come dargli torto... I cavalli, si sa, sono amorevoli e totalmente bio.
Un giorno il principe e il cavallo guadarono il fiume a cavallo e raggiunsero la vecchia casa del mago Antonello da Messina, vero nome di Leonardo da Vinci, pseudonimo di Peppino di Capri.
TOC TOC, fece il principe sceso da cavallo del cavallo bussando alla porta.
Chi chi?, rispose il mago. CHI CHI? RISPONDENTE! SUBITANTE!
QU OSE PARLANTE NEL MOTO COSI’? EHN?, rispose il principe. NINGUNO POTE CIARLARE SU PRINCIPESCO CHE STANTE SU CABALLO USANTE TANTA ARDAZZA!
Insomma, il mago non sapeva parlare ma nemmeno il principe era in grado di rispondere.
Così si presero a cazzotti, mancandosi, perché non solo non riuscivano a parlarsi, ma nemmeno a vedersi.
A furia di dare botte al vento, il vento si arrabbiò e creò una mega tromba che risucchiò mago e principe.
Al cavallo non rimase altro da fare che tornare a cavallo alle stalle, dove lo attendeva un cavallo di troia con dentro la morte.


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martedì 9 giugno 2015

Biagio e il pianoforte.

Una volta un uomo di nome Arthur vendette un pianoforte a un vecchio rigattiere.
Un pianoforte come tutti gli altri, si dirà.
No, signori cari, un pianoforte magico in grado di suonare senza l’ausilio delle mani.
Il pianoforte, infatti, suonava al solo pensiero.
Un vecchio ragazzino delle Asturie, innamorato della musica barocca e delle sonate allegre, acquistò lo strumento per 4 soldi, racimolati svolgendo 4 lavori diversi.
Lo portò in casa e lo posizionò vicino al gatto.
Il ragazzino, di nome Biagio, notò che il piano cominciò a suonare una melodia tipica da gatto.
Stupito, avvicinò al piano una scarpa e il piano prese a suonare una tipica melodia da scarpa.
Infine, pervaso dalla meraviglia, decise di avvicinarsi egli stesso: il piano cominciò a suonare una melodia da carciofone.
Il ragazzino Biagio, si sentì offeso e umiliato.
Fece una strage del gatto, strangolandolo con tutte e tre le mani.

lunedì 8 giugno 2015

La maestra birichina.

Tutti i bravi bambini che studiano si meritano la tanto sudata promozione e ovviamente anche un po’ di deodorante.
I bambini cattivi invece, o quelli più somarelli, meritano botte, bacchettate, mazzate sulle gengive, legnate e note sul registro.
Nella scuola "Aldo Maria Cospirazionale" dedicata all'illustre scopritore di modelle, i bambini erano tutti somari, proprio perché pensavano solo e soltanto ai giocattoli e al denaro.
La maestra Ludovica Malaparata era costretta a usare le maniere forti, a partire dal semplice rimprovero al bidello financo all'utilizzo del gesso per scrivere sulla lavagna.
Metodi poco ortodossi che le valsero il soprannome di “Maestraccia”.
Un giorno però un bambino ripetente e particolarmente indisciplinato le fece perdere la pazienza talmente tanto che fu costretta a togliergli la parola togliendogli la bocca. E, giusto per non far sentire il resto della classe esclusa dal gioco, a togliere le bocche a tutti i bambini boccamuniti.
Nella scuola, finalmente, ritornò la pace per anni.

venerdì 5 giugno 2015

Il trapezista volante del circo Ratabù.

Nel mondo vi sono spettacoli viaggianti di ogni tipo e, al loro seguito, artisti preparati e abili nella loro arte.
Il circo Ratabù, poi, era famoso nel regno di Suppergiù per la bravura del trapezista Malibù, il più abile atleta dell'intero tendone, figlio del celebre clown Cuccurù e della donna Scimmia, famosa per il suo numero delle 7 dita.
Il trapezista Malibù era noto per i suoi numeri incredibili, perfetti a tal punto da strabuzzare gli occhi fino a strabuzzarli.
Per eseguire a menadito i suoi volteggi, era solito allenarsi dalla mattina alla sera, con una pausa per un pranzo al volo, rapido e frugale.
Una sera però, durante lo spettacolo delle 8, il pubblico esplose in un’ovazione, producendo morte e diversi contusi.
 

giovedì 4 giugno 2015

Tesorino, il bimbo campione.

Lassù sulle montagne viveva una famiglia talmente felice che la loro casa era sempre piena di sole, di alberi in fiore e di brutte bestie monocorno con le ali.
Tesorino era un piccolo campione in carica di diversi sport invernali, praticati tutti rigorosamente al chiuso: supergigante o super G, surf-ski, snow surf, ski-roll, slittino su ghiaccio, sci di fondo su ghiaccio e staffetta su ghiaccio.
Era un campione in ciascuna disciplina.
Grazie al metodo del suo maestro di sci, il teutonico Aristoteles Papadopulos, aveva imparato a vincere ogni gara grazie ad un trucchetto tanto semplice quanto efficace: uccidere tutti gli avversari.
Ben presto non ci fu più nessuno contro cui gareggiare e Tesorino si impiccò dalla disperazione e la famiglia continuò ad essere felice poiché vi era comunque una bocca in meno da sfamare.

venerdì 22 maggio 2015

Il gambero che voleva andare avanti.


C’era una volta un gambero giovane, di quelli che li vedi per strada che indossano le cuffiette, i pantaloni a vita bassa che fanno tendenza e portano le mutande di fuori che sennò gli amici ti giudicano male.
Era un gambero davvero forte, di quelli che non gli daresti una lira ma magari una casa gliela potresti anche intestare.
La cosa bella del gambero era che era stanco di andare indietro.
Lui era giovane e guardava avanti.
Era in tutti i centri sociali, guardava MTV, aveva il casco aerografato, truccava all’ultima moda i motorini finché divenne sindacalista, poi progressista, fino a quando arrivò a guidare la marcia che portò alla controriforma del ’19 e al congresso dei gamberi, che sancì a gran voce la sua morte.

mercoledì 6 maggio 2015

La capanna bandonata.

La fattoria di mastro Liborio era la più frequentata da tutti i mungitori di vacche della valle.
Il loro latte era veramente buono, ma buono per davvero, non quelle cose che le assaggi e dici che non sanno di niente.
Buono proprio.
Ragion per cui i caseifici facevano a gara per accaparrarselo, cosa di cui la politica sta ancora discutendo.
Da esso si producevano mozzarelle, burrate, ricotta, latte, ricotta, burrate e mozzarelle al liquore, una gustosa specialità della Latteria di Gianna Marianna, in via Ponticello al civico 2.
Prezzi modici e cortesia da vendere.
Una forte scossa di terremoto però, unita ad un tornado ferocissimo e ad un maremoto tremendo, devastarono la zona travolgendo la fattoria di mastro Liborio, vacche e mungitori.
La capanna rimase dapprima abbandonata, poi invece rimase bandonata, la cosa peggiore che possa succedere ad una catapecchia.
Fu per questo che la catapecchia, che già il nome non è bellissimo, si suicidò gettandosi giù da un dirupo anch’esso bandonato.
Una fine tragica ma divertente, se si pensa alla scena ripresa per intero e trasmessa in tv con le risate di sottofondo.

Scopri il profilo del tizio che ha scritto questa roba orribile!

martedì 3 marzo 2015

La gallina Cocò e la mano fatata.

Nell'aia in fondo al villaggio viveva felice la gallina Cocò e un codazzo intero di galli spasimanti che vivevano per lei.
Il frate contadino che soleva accudirli dette un nome a ciascuno di loro: c'era il gallo Emilio, Cadeddu, Ferdinando, Matrimonio, Loberto, Rancesco, Anco, Marzio e Tullio Ostilio.
E poi il più vecchio di tutti: Testacieca l'aveva chiamato, poiché aveva una zampa rotta.
La gallina Cocò, da vera signora qual era, starnazzava come una sciantosa lungo tutto il perimetro dell'aia, finché un giorno una mano fatata non la prese per il collo, uccidendola.
Cocò finì in brodo e molti bambini che ne bevvero vissero felici e contenti.

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lunedì 16 febbraio 2015

La primavera della volpe.

C’era una volta una volpe che aveva imparato i nomi di tutti i mesi dell’anno: Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggi, Giugno, Lui, Agosto, Settembre, Settembre, Novembre e Quello.
Certo, non era perfetta, ma cosa si può pretendere da una volpe?
Noncurante del disprezzo dei lettori, la volpe attendeva con davvero molta ansia la primavera, un’ansia talmente forte da provocarle attacchi di panico e dipendenza da farmaci, cosa che la condusse dapprima al manicomio e poi in politica.
La qual cosa la condusse alla forca.

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venerdì 6 febbraio 2015

Il vecchio pazzo

C’era una volta un castello abbandonato sul cocuzzolo di un monte, proprio abbandonato lì a se stesso, senza cure e senza badanti.
All’interno di questo castello buio e marcio viveva un vecchietto di 345 anni di nome Vittorio, ma con la V pronunciata forte.
Vittorio.
I suoi anni cominciavano a pesargli, così si riunì da solo nella immensa stanza delle pozioni e creò il magico intruglio della vitalità, capace di restituire anni e portafogli rubati.
Vittorio scese da 345 a 234 e per poi arrivare a 77 anni.
Una bella età insomma, veneranda ma pur sempre età.
Si guardò allo specchio e si accorse ben presto di aver perso anche una decina di tonnellate di rughe grazie alla pozione.
Era diventato finalmente un bel signore sulla cinquantina, ma di 77 anni.
L’invidia però è una brutta cosa e lo specchio che aveva nei secoli imparato a parlare, lo sfotteva dandogli del pazzo.
Ma una notte, preso dalla vergogna, lo specchio si ruppe in mille pezzi.
Non riuscendo a riattaccarli tutti, il vecchio morì di follia.
Lo specchio aveva ragione.

La regina più bella.

Si sa, tutte le bimbe buone vorrebbero diventare principesse per vestire in modo principesco, vivere in maniera regale e mangiare intere faraone.
Nel castello di Paranoia viveva la principessa più bella della Terra.
Aveva due occhi, dei capelli e una bocca.
Una bellezza indescrivibile.
Aveva un codazzo interminabile di spasimanti e ogni suo desiderio era un ordine.
Tutti erano ai suoi piedi, ma non le scarpe, poichè aveva un unico grande difetto: un porro enorme sul calcagno.
Mago Cataldo, però, lo stregone del castello, decise di farle un sortilegio risolutivo.
Così, pronunciò la parola magica.
“Svitol!”, disse, e il porro magicamente si svitò.
E insieme a quello si svitò anche il piede, le gambe, il corpo, i corpi degli altri e gran parte del mondo intero.
Accidenti, che parola magica potentissima!

mercoledì 24 dicembre 2014

La triste storia di Natale.

C’era una volta un principe che dire brutto è dire poco, e dire poco è dire poco. Era brutto, ma così brutto, che sua mamma sin dalla nascita si rifiutò di dargli un nome. Lo chiamava “ehi”, “coso”, oppure “senti”, pur di non chiamarlo per nome.

Il principe era talmente brutto che nemmeno i rospi volevano baciarlo. I rospi lo guardavano e si giravano dall’altra parte, mostrando tutto il loro sdegno e disinteresse. I rospi, a volte, sanno essere crudeli.

Il principe bruttissimo nacque dall’amore clandestino tra la Regina Castellanza e Zio Cane, il focoso allevatore di animali delle regie stalle. Un amore contrastato, burrascoso. Un amore pieno di antitesi, anafore e anacoluti.

Fu concepito in una gelida notte di un gelido inverno nelle gelide stalle delle gelide vacche. E passati i canonici quattro mesi di gestazione, il principe nacque vagendo.

All’apparenza bellissimo, con quei capelli biondi e quegli occhi azzurro mare, il principe a guardarlo meglio era invece bruttissimo, con quei capelli scuri e quegli occhi marrone fango. Era brutto come la morte, la peste e la disperazione. Brutto.

Il piccolo principe bruttissimo crebbe circondato dall’affetto dei suoi cari. Ben presto però si rese conto che non si trattava di CARI, bensì di CANI.

I suoi genitori invece, tennero la nascita segreta. Se qualcuno, disgraziatamente, osava chiedere se per caso avessero dato i natali ad un bruttissimo principe nato da un amore clandestino, la Regina Castellanza e Zio Cane erano sempre pronti a negare tutto. Mai un briciolo di esitazione. Tentennamenti zero, insicurezze zero.

Tentennamenti-insicurezze: zero a zero.

All’età di un anno lo vestirono di tutto punto e lo rinchiusero nella torre del castello regio, con una valigia piena di cibo, vestiti e vettovaglie. E in quella torre il principe bruttissimo crebbe da solo per anni, domandandosi cosa fossero quelle dannate vettovaglie.

Nel giro di tre anni il principe riuscì a compiere i suoi diciotto anni, che festeggiò da solo chiuso nella torre, senza nemmeno un party in discoteca o una torta con modella. Niente. Festeggiò tutto solo, al freddo, al gelo e all’addiaccio.

Era triste, isolato, malandato, malvestito, televisivamente poco interessante, guardingo, diffidente e soprattutto brutto.

Passava tutto il giorno chiuso nella sua torre a chiedersi come mai fosse nato così brutto, osceno e addirittura repellente, se osservato attentamente da una certa angolazione. E pensare che lui, invece, avrebbe avuto tanto da dire: parole come “orologio”, “scolopendra”, “valvassori”, o meglio ancora “borotalco”, parola che piace da sempre a grandi e piccini.

Un giorno però la famosa Maga Marrana lo incrociò nella sua sfera di cristallo, una sfera Swarovski ricevuta in dono da Mago Teodoro, il mago del merletto.

Chi è costui che vedo in questa sfera?, chiese preoccupata.

Il corvo Paolino, il servo muto, le disse: Come sai, io non posso parlare perché sono muto.

Da queste parole Maga Marrana capì immediatamente che il ragazzo rinchiuso nella torre non era altri che il brutto principe illegittimo nato da un amore clandestino in una stalla sporca e forse anche abusiva.

Maga Marrana, indecisa se chiamare i Nas o la Finanza, decise infine di aiutarlo. Salì in groppa alla sua magica scopa e volò sui cieli della città alla ricerca della torre.

Com’era bella la città vista dall’alto: case, palazzi, piazze, industrie petrolchimiche, grattacieli, travestiti, chiese, monumenti e automobili parcheggiate in doppia fila.

Lei vedeva la città dall’alto e la città vedeva la maga dal basso.

Un bimbo, osservandola in volo, disse:

Mamma guarda, la Befana!

Maga Marrana, indispettita, lo trasformò in verruca. Il povero bimbo fu costretto a rimanere appiccicato al piede di un nuotatore per tutto il resto della sua vita. Il nuotatore tra l’altro era russo, e quindi di piedi ne aveva addirittura due. Una punizione esemplare.

E volando volando riuscì a individuare la torre, circondata da una fitta coltre di nuvole da cui pioveva pioggia. A secchi. A cascate. A dirotto.

La maga affrontò la tempesta, salì le scale della torre e bussò alla porta.

Toc toc.
Chi è?
Sono Maga Marrana.
Non compro enciclopedie.
Non voglio venderti nulla. Sono qui per salvarti!
Non apro ai Testimoni di Geova.
Non sono un Testimone di Geova. Sono Maga Marrana.
Potevi dirlo prima!
Su, principe bruttissimo, apri questa porta.
Non ho le chiavi.
Allora ci penso io.

Maga Marrana, così, pronunciò la parola fatata: SVITOL!

La porta si aprì magicamente, in silenzio. E finalmente si videro in faccia. Il principe era veramente brutto, ma la maga non era certo un capolavoro: era piena di porri, nei, brufoli, porri nei brufoli, voglie, macchie e strane forme di zebedei. Aveva la faccia rovinata dalla giovinezza e il corpo devastato dalla vecchiaia. Indossava scarpe usate, comprate in saldo e nemmeno di marca. E poi la scopa, in realtà, non lo era.

Principe, disse, e ora che si fa?
Che ne so, sei venuta tu! Tu che vuoi?
Volevo solo liberarti dalla prigionia.
Maledetta vecchia, disse il principe, sei più inutile di un dente del giudizio! Io qui sto da dio!
Non mi dirai che ho affrontato un lungo viaggio per niente?
E se anche fosse?
Sarei costretta a usare contro di te la mia magia!
Secondo me tu usi il solito trucco del coniglio.
Lo vedremo!, disse estraendo di colpo la sua bacchetta magica, dal quale si liberò un fulmine dal quale si liberarono degli schiavi dai quali si liberarono delle cavallette dalle quali si liberarono delle sostanze velenose che uccisero tutti in un nonnulla senza sporco e incrostazioni.

 

 

 

 

martedì 9 dicembre 2014

La strega Berenice e la maga Berenice.

Alle due estremità del villaggio Uffaperò vivevano la strega Berenice e la maga Berenice.
Berenice odiava Berenice perché Berenice era buona mentre Berenice era cattiva.
L'una detestava l'altra con tutto il cuore mentre l'altra detestava l'una con tutto il cuore.
Berenice mandò a Berenice la sua vice Beatrice, con un cesto di ciliegie, quattro mice e tre camicie.
Berenice, colta alla sprovvista, le spedì insalata mista, percorrendo la via giusta con il vino nella busta.
Berenice fu felice e anche Berenice fu felice.
Al di là delle montagna arrivò di colpo un temporale.
Bastò un fulmine e all'istante morirono tutte di crepacuore.
Che dolore!

giovedì 6 novembre 2014

Robin U e la foresta verde.

Nella foresta di Westwood viveva un tale chiamato Robin U.
Robin U vestiva sempre di nero, ma sempre sempre, tant’è che di notte nessuno lo riconosceva.
Tutti infatti gli dicevano: “Chi sei, oh tu, vestito di nero?”
“Ma come, non mi riconoscete? Sono Robin U!”
“Robin U!”, gli dicevano “Ma perché non ti vesti di un altro colore che così somigli a un bagarozzo?”
Lui ci pensò per un paio d’anni e capì che il commento forse non era del tutto inappropriato.
Così si vestì di verde dalla testa ai piedi.
Ma quando diede inizio alla deforestazione del bosco di Westwood lo scambiarono per una quercia nana e gli tagliarono le gambe.

mercoledì 17 settembre 2014

Cappellino e la grande diga.


C'era una volta una grande distesa artificiale d'acqua artificiale, creata apposta per dissetare il borgo di Cappellino, vicino Nuca di Sotto.

Con quella si irrigavano campi, si riempivano fontane, si lavavano mani e piedi, si riempivano bicchieri e si facevano scherzi sadici, incluso quello che state immaginando, cari bambini.

Un giorno la troppa pioggia fece esondare la diga, cosa che avrebbe potuto provocare disastri di proporzioni immani, ma fortunatamente rimasero tutti illesi almeno finché un cavo elettrico caduto per caso nella diga non fulminò tutti, ma proprio tutti tutti.
 
 

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L'anello magico

Quale regina è degna di definirsi tale se non è carica e oltremodo impreziosita da gioielli di varie carature e misure.
E' qui che comincia la nostra storia, la favola della regina Ragadè e dell'anello magico.
Un anello comune, avremmo detto a prima vista. In realtà quell'anello tutto d'oro tempestato di brillanti della Norvegia non era altro che una vera e propria macchina realizza-desideri.
Presa dalla stanchezza e dalla noia di palazzo, infatti, un giorno la regina disse ad alta voce: "Che noia. Sono presa dalla stanchezza e dalla noia di palazzo. Quanto vorrei per me un dolce cagnolino che mi facesse le fusa come un dolce gattino".
L'anello si illuminò immediatamente di un azzurro splendente, cominciando ad emettere scintille multiformi, una delle quali bruciò il dito della regina sfigurandole per sempre il viso.
Da allora la regina Ragadè fu chiamata regina Facciavacca, e nessuno osò più parlarle da quanto era brutta e inguardabile.
La regina, presa dalla disperazione, riuscì a sopravvivere alla morte, morendo però subito dopo.



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